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Intervista a Giovanna Taviani sul film "Ritorni"


La regista, figlia di Vittorio Taviani, intervistata sul docu-film "Ritorni" prodotto dalla Nuvola Film.


Intervista a Giovanna Taviani sul film
Giovanna Taviani sul set di "Ritorni"
Sempre più spesso, inquieti, ci interroghiamo sui “viaggi della disperazione” affrontati dalle moltitudini di migranti provenienti dal sud del mondo. Giovanna Taviani nel docu-film "Ritorni" prodotto dalla Nuvola Film, si pone le stesse domande ma da un punto di vista inatteso: un exsodus nella direzione opposta che da voce a chi “ce l’ha fatta”. Di passaggio a Firenze per siglare un contratto con l’editore Palumbo le rivolgiamo alcune domande sull’attualità del documentario e sul suo rapporto con la Toscana.

“Ritorni”, a conferma che la Storia è sempre in movimento, sprigiona un senso di riscatto e dopo anni di effimeri racconti…
Giovanna Taviani: Per me il cinema è prima di tutto una finestra aperta sul mondo: se non nasce da una necessità legata a ciò che stiamo vivendo – anche traslato e dislocato in altre epoche storiche – non mi interessa. In una società multiculturale come quella attuale, dove la contaminazione e l’ibridazione delle culture sono ormai un fatto consolidato, l’urgenza che mi si poneva era quella di un confronto con l’ “altro” e con il diverso da me. Per questo ho deciso di raccontare la storia di Karim, un insegnante tunisino trapiantato in Sicilia, che ogni estate torna al suo paese di origine, nel sud della Tunisia, per trascorrere con la famiglia le vacanze. Un modo diverso di raccontare l’immigrazione, attraverso il viaggio al contrario di chi “ce l’ha fatta”.

Che posto occupa la letteratura nella costruzione del tuo docu-film?
Giovanna Taviani: Io vengo dalla letteratura e credo molto nel ruolo sociale dello scrittore, che oggi sta tornando ad avere un’arma esplosiva per le mani in grado di riportare a galla i conflitti e le contraddizioni della società (penso al caso Saviano). Per questo ho deciso di inserire nel documentario due grandi scrittori maghrebini, trapiantati in Occidente, che hanno fatto del trapianto una ragione di vita oltre che di ricerca culturale e che riflettono sul rapporto con la propria terra di origine attraverso il distacco culturale della distanza. Assia Djebar, scrittrice algerina, esule volontaria da Algeri, residente a Parigi e a New York dove insegna. In questo caso il suo è un non ritorno. Nella terrazza soleggiata di Liberation, sopra la sua nuova terra di adozione, ci parla del rapporto conflittuale con l’Algeria, dove non torna dal 1990, ma anche della pratica della scrittura come “rimorso” di una civiltà, quella occidentale, che sprofonda nel buio delle tenebre. E Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino di Fez, residente a Parigi. Nello studio di Saint Germani de Pres, dove abita e lavora, ci parla del Marocco come di un mito letterario che continua ad ispirare le sue storie e i suoi personaggi. Tre diversi ritorni e tre diversi rapporti con la propria terra di origine: la contaminazione, il conflitto, la nostalgia.

La Toscana, dove sono nati i fratelli Taviani (sei la figlia di Vittorio, ndr.) può dirsi culla di una cultura democratica e impegnata?
Giovanna Taviani: Senza ombra di dubbio, sì. Almeno per due ragioni. Prima di tutto perché la Toscana è stata il set di un film che ho avuto il privilegio di seguire da piccola e che per me è uno dei manifesti della Resistenza italiana: La notte di San Lorenzo. Non posso più attraversare le valli verdi di San Miniato o le bionde colline del senese senza rivedere nel mio immaginario quella battaglia nei campi di grano combattuta alla fine del film dai partigiani contro i fascisti. In secondo luogo perché è la patria del mio “maestro”, Romano Luperini che dell’impegno e della militanza intellettuale ha fatto una bandiera. Da quasi dieci anni vado a Siena, in mezzo alle colline dei dintorni, per le riunioni di “Allegoria”, la rivista da lui diretta di cui faccio parte, e lì mi sembra di rivivere in modo diverso le emozioni vissute da bambina. Insomma c’è un filo sotterraneo che continua a legarmi alla toscana.

Il cinema italiano ha trovato nel documentario un nuovo slancio produttivo. Come lo spieghi?
Giovanna Taviani: Mai come in questo momento il pubblico ha “sete di realtà”. Gli eventi dell’11 settembre e lo scenario internazionale delle nuove guerre, dall’Iraq all’Afghanistan, ci hanno ripiombato all’improvviso in un mondo fatto di eventi reali, e non solo virtuali. Credo che il ritorno al genere documentario nasca proprio da qui: da questa esigenza di documentazione dopo anni di sola finzione. Un po’ come successe con il Neorealismo italiano, quando, dopo decenni di chiusura nel cinema di evasione, gli intellettuali del dopoguerra tornarono a Verga e a una cultura intesa come denuncia e documentazione, per il rilancio del cinema italiano. Da quell’esperienza nacque Ossessione.

A cosa stai lavorando attualmente?
Giovanna Taviani: A una collana di video su letteratura e cinema prodotta dalla Palumbo editore per le scuole. Ho appena finito di montare la prima puntata, dedicata a Visconti e al rapporto tra i Malavoglia e La terra trema, e sto cominciando a girare la seconda, dedicata al giallo tra cinema e letteratura. Un modo anche questo per promuovere un approccio interdisciplinare allo studio della letteratura e per mettere insieme le mie due anime e le mie due grandi passioni: il cinema e la letteratura.

11/12/2006

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