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Genesi della Downtown Scene


Edo Bertoglio, il regista di "Face Addict", descrive la nscita e lo sviluppo della "Downtown Scene" newyorkese.


Genesi della Downtown Scene
Una scena del film "Face Addict"
Nel 1976, nel corso di una crisi energetica che tenne l’America quasi al buio e al freddo e le automobili quasi ferme, fu dichiarato ufficialmente il fallimento della città
di New York. Ciò nonostante, l’underground culturale della città visse un periodo fertile e molto vitale.
Giovani artisti, compositori, filmmaker, fotografi e scrittori cominciarono a trasferirsi
negli edifici industriali abbandonati della zona Sud di Manhattan chiamata SoHo e negli immobili pericolanti dell'East Village. Isolati dall’establishment a causa del difficile momento economico (allora nessuno di quelli che arrivavano in città aveva soldi in tasca), i membri di questa comunità creativa puntavano solo sulla loro immaginazione. Le idee e lo stile erano fondamentali e la sperimentazione in tutti i
campi, dall’arte al sesso, alle droghe, al rock era all’ordine del giorno. Poiché il denaro contava poco e nessuno aveva qualcosa da perdere, gli artisti aprirono gallerie no–profit, night club e ristoranti, che presto divennero il centro della vita sociale sulla scena newyorchese e fondarono riviste allo scopo di documentarla.
Le gallerie d’arte univano l’esposizione d'oggetti artistici, generalmente concettuali o minimalisti, con performance live da parte d'artisti quali Joan Jonas e Laurie Anderson accompagnati dai video di Vito Acconci e Bruce Naumann e da concerti di nuovi compositori come Philip Glass. Sulla Bowery – che era stata fino allora solo un boulevard di catapecchie e rifugi per vagabondi – un bar chiamato CBGB's
presentava giovani bands quali i Ramones, i Blondie, Television, Patti Smith e i
Talking Heads. Queste band reinventarono la rock music come new wave, furono
all`origine della rivoluzione nel campo della moda e definirono quel look e quegli
atteggiamenti che divennero poi semplicemente noti come "downtown".
Mentre uptown lo Studio 54 – sovrano incontrastato delle discoteche mondiali – cominciava a perdere colpi, la nuova comunità downtown (la "Downtown Scene") iniziava ad influenzare in maniera significativa il mondo circostante. Alcuni affermati art dealer aprirono gallerie nei grandi loft di SoHo, che sarebbero diventati il centro vibrante del mondo artistico contemporaneo. Club come Tier 3 in TriBeCa e Club 57 in St. Marks Place lanciavano una new wave di gruppi musicali quali i Contortions, i Lounge Lizards, i Bush Tetras, e Teenage Jesus and the Jerks, e d'interpreti quali Klaus Nomi e Ann Magnuson.
Nella primavera del 1979 Steve Maas aprì un piccolo club a sud di Canal Street
chiamato the Mudd Club. Era lì che la "Downtown Scene", la nuova generazione
d'artisti, musicisti, designer, filmmaker e scrittori si riuniva, incontrandosi ai party a
tema che diedero l’avvio a performance, fashion show e proiezioni di cortometraggi e film Super-8 che crearono il proprio universo di star. Marianne Faithful fece il suo
gran ritorno, i B-52 il loro debutto a New York. Nan Goldin fotografava gran parte dei frequentatori del club e mostrava il risultato in slide show con colonna sonora. I fotografi David Armstrong, William Coupon e Edo Bertoglio invitavano gli amici e i clienti del Mudd Club nei loro studi; poeti e scrittori come Gary Indiana, Max Blagg, Glenn O'Brien, Cookie Mueller and David Wojnarowicz leggevano le loro opere in pubblico.
Nello stesso periodo, un nuovo genere musicale chiamato hip-hop iniziava a farsi conoscere, emergendo dai ghetti di Harlem e del Bronx, insieme a una nuova forma d’arte “pubblica” chiamata graffiti. Anche loro arrivarono downtown. Nell'East Village, il Pyramid Club aprì su Avenue A e attirò nuovi talenti quali Madonna. Artisti come Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, George Condo e Kenny Scharf emergevano in una nuova galleria dell’East Village chiamata the Fun.
Nel 1980 Diego Cortez e Arto Lindsay organizzarono La mostra "New York, New
Wave" alla P.S.1 (una scuola pubblica nel Queens allora in disuso) che riunì e consacrò, non senza scandalo dei critici d’arte di regime, tutti gli artisti di quella scena.
Parte dell’energia – e certamente parte dello spirito di avventura – veniva dal facile
accesso alle droghe pesanti, cocaina ed eroina. Queste droghe divennero un elemento di coesione sociale, cementarono molte relazioni e ne distrussero molte altre. Dal 1982, con l’avvento dell’AIDS, il Mudd Club chiuse i battenti e un altro club più grande, chiamato Area lo sostituì, e così fecero nuovi bar come l'Odeon. Nel frattempo, le luci di New York si erano nuovamente accese e il mercato dell’arte semplicemente esplose, portando soldi, i grandi media, collezionisti di uptown, grandi gallerie e designer noti a livello internazionale, modificando sempre più profondamente la Downtown Scene.
Nella metà degli anni 80, l'underground aveva perso le sue energie cedendo il passo all’AIDS e alle droghe, ma anche al successo commerciale e da allora non c’è più stato nulla di simile a New York.
La maggior parte di questi anni febbrili sono ora soltanto un ricordo, ma il lavoro che fu fatto in quel periodo certamente rimane e continua a influenzare la nostra cultura a livello mondiale. Lo vediamo nei libri, nei musei, nei film. Non bisogna dimenticare che fu il tessuto sociale della Downtown Scene a generare tale cultura, a darle un volto e un significato. Erano le relazioni formatesi allora che la supportarono, la promossero e la sostennero. Molti di quelli che diedero un contributo significativo alla sua crescita sono oggi sconosciuti, anche se continuano a fare un grande lavoro. E` la loro storia che deve essere scritta e Face Addict è un contributo proprio in questa direzione.

Edo Bertoglio

12/12/2006

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