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Note di regia del film "Il Resto della Notte"


Note di regia del film
Che dovesse essere una storia ambientata nel Nord-Italia di questi anni era una sensazione che avevo fin da quando ho cominciato a scrivere le prime righe del soggetto. Mi sembrava che in quelle regioni le contraddizioni del nostro paese fossero più acute, più chiare, i contrasti più accesi ed espressivi.
Alla base c’era un’idea, una vicenda, alcuni personaggi ed una gran voglia di partire da spunti documentaristici.
Volevo ispirarmi ad uno dei tanti casi di cronaca nera che condannano il nostro paese, una rapina in una villa e attraverso un solido intreccio narrativo, raccontare in maniera alternata le vite dei rapinatori e quelle delle vittime, lungo le giornate precedenti il crimine. Il desiderio era di costruire personaggi lontanissimi per carattere, ceto, nazionalità e fare con loro un viaggio metaforico nel nostro paese di questi anni.
Nel novembre del 2006 parto alla ricerca dei luoghi del film: percorro in varie tappe, parte del Friuli, il Veneto, parte della provincia lombarda.
Più viaggiavo, più facevo fatica a trovare le mie immagini, e questo mi sembrava piuttosto preoccupante per uno che si apprestava a realizzare un film. Non riuscivo a trovare una collocazione per i miei personaggi che invece mi sembrava di conoscere molto bene.
Poi pian piano ho capito: avevo in testa un Nord Italia che non esisteva più, ero influenzato dai ricordi, vecchie foto, vecchi film: la pianura immersa nella nebbia, le industrie, gli operai, il freddo.
La pianura padana di Olmi non c’è più, in gran parte soffocata da stabilimenti, capannoni e centri commerciali. Le grandi strutture industriali che un tempo si stagliavano nel paesaggio come cattedrali nel deserto, ora sono quasi mimetizzate in mezzo a tanta speculazione. Perfino la nebbia apparteneva al passato. Dovevo ripartire da zero, da quel nord che ora mi stava sotto gli occhi e che cominciavo pian piano a decifrare.
Padova,Verona, infine Brescia. Questa cittadina mi ha colpito in maniera nettissima. Il centro cittadino, metà medioevale, metà di architettura fascista, abbastanza degradato e fatiscente, abbandonato dai vecchi abitanti, trasferitisi in ville e villette fuori porta, occupato da stranieri di ogni razza. Sembrava una città abbandonata in fretta e furia, lasciata ad abitanti che in fondo ne restano estranei. Il canto del muezzin che risuona lungo le vie medievali del centro storico, proveniente da qualche moschea ricavata in un garage o dentro i cortili di palazzetti ottocenteschi.
Gli immensi centri commerciali appena fuori città che spiccano nella pianura tra ruderi di cascine abbandonate, a ricordo di un’Italia contadina che non esiste più, e le periferie, le palazzine ghetto tra le tangenziali, dove gli immigrati possono attraversare la strada per trovarsi puntuali al posto di lavoro in fabbrica.
E poi, in contrasto, le ville, antiche e moderne, che via via visitavo.
Cercavo la dimora di una famiglia appartenente ad una media borghesia industriale, dove ambientare una parte del film. Durante i sopralluoghi, al nostro arrivo, la scena era quasi sempre la stessa: cani feroci, sbarre, allarmi ovunque e quasi sempre proprietari spaventati, o per lo più rassegnati, ma quasi sempre in allerta, incapaci, pareva, di godersi il proprio benessere, le proprie piscine, il proprio giardino all’inglese; e nei loro salotti, nelle loro cucine, monitor che rimandavano l’immagine glaciale e deformata dei quattro angoli della propria casa come un bunker sorvegliato in attesa di un assalto.
In questo contrasto ho trovato la principale chiave espressiva del mio progetto.
Il film poi l’ho girato in Piemonte poiché la Film Commission piemontese ha voluto sostenere il progetto e la scelta finale si è rivelata perfetta da ogni punto di vista, anche se le principali suggestioni del film sono nate nel Nordest.
Tutti i personaggi del film anelano ad un futuro migliore, ma hanno perso la strada, si dimenano senza obiettivi precisi, soffrono di solitudine e a volte diventano aggressivi, pericolosi, in lotta gli uni contro gli altri. E hanno paura.
E’ un film sulla paura, quella irrazionale, che nasce dall’interno quando non si è in pace con se stessi, quando si sta sbagliando tutto. Ma c’è anche una paura concreta, reale, quella dell’altro: quella che nasce dalle troppe differenze, quando non c’è giustizia e si è in pericolo, sempre.
Mano a mano che procedevo nella scrittura, più marcavo le differenze dei personaggi, che volevo nette, precise, più ne scoprivo le somiglianze. O è più giusto dire che scoprivo nel film un sentimento generale che accomuna tutti i miei protagonisti: la sofferenza per l’aver rinunciato a qualcosa di importante, ai valori, ai sentimenti più intimi in nome di obiettivi miseri, la tranquillità familiare per alcuni, il denaro per altri.
Una resa generale, perfino inconsapevole, che mi sembra racconti bene l’aria dei tempi. Nessuno è innocente, nessuno è indenne dalla corruzione morale, nessuno è salvo. Se con Saimir avevo costruito un personaggio eroico che alla fine, nonostante l’ambiente in cui era cresciuto, le difficoltà economiche e sociali, trovava dentro di sé la forza di ribellarsi, in questo film ho preferito lavorare sulla complessità, sull’ambiguità, senza però mai perdere di vista l’umanità di ciascun personaggio.
Fino alla tragedia finale, dove forse qualcosa cambierà. Victor che ha quindici anni, alla fine del film, nel dolore per la scomparsa del fratello, forse riprenderà contatto con se stesso, per ripartire da capo, in maniera diversa.

Francesco Munzi

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