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Gli "Sbirri" raccontati da Roberto Burchielli


Il film di Burchielli, tutto incentrato sulla coerenza delle scelte tecniche, risulta a tratti carente per quanto riguarda la compattezza generale della narrazione. E’ un lavoro comunque apprezzabile ed interessante non solo per la sua capacità di dimostrarsi innovativo.


Gli
Sbirri”, è il nuovo lavoro di Roberto Burchielli, precedentemente noto per il suo passato di documentarista e di autore e regista televisivo; ha diretto anche un musical che ha per protagonisti i Cavalli Marci. Il lungometraggio uscito venerdì è coprodotto e interpretato da Raul Bova, esce nelle sale con poco più di duecento copie, distribuito da Medusa.

Il film del cineasta milanese si fa facilmente notare per il suo stile anticanonico di regia in generale e di montaggio in particolare; è infatti basato sul ritmo frenetico del cozzare di immagini sporche e di repertorio, manipolate o perlopiù in movimento per dare corpo alla ricerca disperata che il protagonista intende condurre per risolvere primariamente il delirio che ha preso la sua vita dopo la perdita del figlio, ma poi sicuramente anche per meglio comprendere l’assurdo andamento del mondo in cui vive e con cui è quindi inevitabilmente costretto a fare i conti. Gli interpreti sono tutti apprezzabili, compresi i ragazzi, ma, essendo il film estremamente incentrato sulle sue scelte tecniche, finisce per risentirne la narrazione più che altro a livello di compattezza generale; il racconto delle vicende di Matteo Gatti infatti è in alcuni momenti dispersivo a causa dello stile documentaristico che in certi momenti, oltre che invasivo, si dimostra ripetitivo. Il lungometraggio è comunque senza dubbio apprezzabile per la coerenza e l’originalità dei suoi intenti, in certi momenti sicuramente interessante ed in altri sconvolgente. C’è anche un omaggio piuttosto evidente a “La Stanza del Figlio”, un piccolo tributo che non stona.

Abbiamo contattato il direttore della fotografia Gigi Martinucci, fedele collaboratore già in passato di tre mediometraggi per la regia del sottoscritto.
Il film”, ha precisato il noto professionista non ancora quarantenne, “è suddivisibile in due parti; quelle delle azioni di polizia e quelle dedicate alla fiction. Soprattutto per quanto riguardo le incursioni con i poliziotti, con cui abbiamo creato un bellissimo rapporto che era appunto importantissimo per girare come volevamo, abbiamo lavorato sull’invisibilità, proprio nel senso che la troupe ero solo io che facevo addirittura anche da fonico. Per la maggior parte della scene in questione non ho usato nessuna attrezzatura tecnica, solo per le sequenze in macchina qualche pannello tascabile oppure nelle scene degli interrogatori ho sistemato piccoli faretti qua e là, ma il tutto sempre rigorosamente nascosto. Abbiamo girato anche con videofoninini e webcam, ma questo non tanto per sviluppare la cifra stilistica di una ulteriore contaminazione visiva ma anzi a scopo tematico per meglio rendere l’idea della distanza fisica e psicologica tra i personaggi. Ma nemmeno per le parti della fiction esisteva una vera e proprio sceneggiatura. C’era un canovaccio certo, ma in generale tutto è rimasto legato al caso. Nella scena in cui Raoul corre insieme all’attore che interpreta suo figlio ad esempio, si sapeva solo come il dialogo sarebbe finito, per il resto gli attori hanno improvvisato. Nelle sequenze con gli interpreti negli interni ho messo una luce diffusa di modo da potermi muovere liberamente, quindi abbiamo girato dei lunghissimi piani sequenza, alcuni di un’ora addirittura. Il resto di quelli che si possono definire effetti visivi, certe accelerazioni ad esempio, sono state fatte tutte in macchina. Il film è stato girato con la Panasonic 201 palmare, l’evoluzione della precedente 200”.

16/04/2009, 15:17

Giovanni Galletta

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