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Note di regia del film "Tutti al Mare"


Note di regia del film
Oltre trent’anni dopo “Casotto”, il produttore del film, Gianfranco Piccioli, è tornato da mio padre (autore della sceneggiatura) con la folle idea di rimettere in piedi un progetto che già allora era sembrato una pazzia: girare un film corale, in una sola e piccola location, cercando di coinvolgere un cast stellare. Un film fatto solo di piccole e grandi apparizioni, di camei. Pazzia che Sergio Citti riuscì miracolosamente e con successo a mutare in realtà, inventando un film basato su niente, tutto consumato in una sola stanza di pochi metri quadrati. All’epoca il film di Citti ebbe un buon riscontro di pubblico e con gli anni è diventato un cult assoluto. Io non ero ancora nato nel ’77, ma quel tipo di comicità, amara, surreale, quel linguaggio, me lo sono trovato addosso crescendo e ho costretto mio padre ad accettare la sfida. Scritta la sceneggiatura di “Tutti al Mare”, Gianfranco Piccioli e Gianluca De Marchi hanno dato vita a questa nuova pazzia.
“Casotto” si svolgeva tutto all’interno delle quattro pareti di uno spogliatoio pubblico sul lido di Ostia. Era una commedia “scostumata”, come la battezzò Citti. I vari personaggi - ritratti comici e spietati di piccoli borghesi anni ‘70 - entravano nella cabina e mettevano a nudo, di fronte all’occhio indiscreto della cinepresa, le loro vergogne, in senso letterale e figurato. Sotto i vestiti - sotto le maschere – l’obiettivo fotografava pance, peli, seni, culi, rossori e piedi sozzi, sciagure e tragedie, abiezione e oscenità.
L’Italia di Citti, appena uscita dalla tragedia della fame, con la sporta piena di cotolette e il cocomero sotto il braccio, entrava allegramente nell’era del benessere e il consumismo. Oggi, la fame è pressoché sparita, e la tragedia si chiama bulimia. Troppe sono le immagini, i falsi miti, i feticci, i simulacri, che togliersi la maschera è diventato impossibile…
Ecco perché in “Tutti al mare” ho cercato di rovesciare la prospettiva di “Casotto”, strappando ai personaggi ogni possibilità di spogliarsi, sottraendo loro ogni possibile riparo.
Anche “Tutti al mare” è una commedia amara, corale - coralissima – che si svolge come in “Casotto” dall’alba al tramonto in un luogo unico: intorno ad un chiosco, tra le dune e la spiaggia di Castelporziano, esattamente dove 33 anni fa fu ambientato il film di Citti. Anche qui, i protagonisti sono comparse: personaggi di varia umanità che appaiono la mattina e scompaiono la sera, lasciando dietro di loro il nulla e le loro ombre che ridono.
Ma mentre in “Casotto” la macchina da presa veniva intrappolata tra le quattro pareti di uno spogliatoio pubblico, qui, per la maggior parte del film, l’occhio indiscreto dell’obbiettivo si muove all’interno di un parallelepipedo che per metà è di vetro: due facce invisibili che danno sul mare e conferiscono al chioschetto sulla spiaggia l’aspetto estraniante e surreale di una zattera, un barcone, portato a riva dalle onde del destino.
Il mare, che in “Casotto” non si vedeva mai, qui è onnipresente. Ci appare nella prima scena, all’alba, in burrasca. Entra dalle vetrate del chiosco e lo inonda di luce riflessa. Per tutto il giorno, lambisce la spiaggia con le sue ondate improvvise. E alla fine, dopo il tramonto, scarica sulla battigia a pochi chilometri dal chiosco, dei veri naufraghi, venuti da chissà dove. È un mare tiepido, schiumoso, sudicio, accogliente, languido, poetico, incombente, che minaccia da un momento all’altro di dare un’ultima codata e portarsi via chiosco, Maurizio, sua madre e tutti gli altri tragicomici bagnanti, che per tutta la giornata tanto hanno fatto, ma si sono ben guardati di fare il bagno…

Matteo Cerami

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