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Massimo D'Orzi: "La risposta alla stupidità è la bellezza"


Intervista al regista del documentario "Ombre di Luce"


Massimo D'Orzi:
Com'è nata l'idea di questo film? Quanto tempo c'è voluto per tradurre in immagini l'idea di partenza?

Nell’autunno del 2008 avevo da poco finito il montaggio di "Sàmara" (il film da me scritto e diretto che spero presto si potrà vedere in sala) quando ho cominciato a seguire con crescente interesse le manifestazioni dell’Onda. Venendo da un film totalmente antirealistico – il film racconta infatti della fuga nei boschi di un saltimbanco, un novello Cosimo de Il Barone Rampante alla ricerca dell’Eldorado, che presto si incontrerà col mondo femminile –, sentivo l’esigenza di ritrovare un nuovo rapporto, più autentico, con la realtà. Evidentemente il movimento di studenti che rivendicava identità, ricerca e intelligenza, coincideva appieno col mio bisogno di concretezza. Quindi scesi in piazza con loro e cominciai a filmare, senza sapere esattamente cosa avrei fatto di tutto quel materiale.
Qualche mese dopo, due docenti de La Sapienza di Roma, Annio Stasi e Mery Tortolini, mi chiesero di collaborare in forma filmica al laboratorio di scrittura creativa che tengono da molti anni all’Università.
E’ stato così che nel giro di poco tempo le due strade, o meglio le due storie – quella del laboratorio, fucina di immaginazione, creatività, fantasia e intelligenza, e quella dell’Onda – cominciarono a camminare insieme, sebbene allora né io né Annio avessimo un’idea precisa di dove ci avrebbe portato.

Il primo elemento evidente è la duplice dimensione attraverso la quale il tuo film sembra viaggiare: da una parte il fervore della protesta, le voci degli studenti, i suoni, i colori, la luce del giorno; dall'altra, i toni pacati della narrazione, i silenzi, le pause, il calar della sera, quasi a voler stemperare l'entusiasmo giovanile in una dimensione più onirica e riflessiva…

Mi ha sempre interessato il rapporto fra l’individuo e la collettività, e nel nostro mestiere spesso l’equilibrio gioca un ruolo fondamentale: può succedere quindi di essere troppo astratti, perdendo il rapporto con la realtà; o al contrario, si corre il rischio di diventare più realisti del re, smarrendo irrimediabilmente il legame con la fantasia, la creatività, la forma.
Nel film le storie individuali, l’apporto creativo di ognuno, si esalta nella folla, mentre la massa di studenti si colora oltremodo delle parole degli studenti che al calar della sera fanno emergere perle di fantasia, invenzioni, intuizioni. Non so perché, ma le ribellioni senza fantasia spesso degenerano nel sangue e nel suicidio.
In più ho sentito fin dall’inizio che in questo movimento di studenti c’era qualcosa di nuovo, un’intelligenza, un sapere che forse neppure i loro padri avevano saputo esprimere negli anni Settanta…

Anche lo stile di ripresa sembra voler assecondare questo doppio registro: un montaggio serrato da una parte, e di contro un uso abbondante di carrelli, panoramiche e primi piani, supportati da pochi e sapienti aggiustamenti di macchina…

Quella esigenza, quella necessità di trovare un rapporto diverso col fare cinema, l’ho portata al massimo livello quando ho deciso per la prima volta di essere anche operatore e fonico, oltre che regista. Volevo evitare il più possibile filtri fra me e le immagini, volevo che le immagini nascessero immediatamente nel rapporto con gli studenti, con gli ambienti, con la luce...Sono contento di avere preso questa strada per le riprese, a cui però è seguito un grande lavoro di riscrittura sulle immagini che ha realizzato lo sceneggiatore Annio Stasi, e infine il sapiente lavoro di montaggio di Paola Traverso.
Lo stile finale del film deve tenere presente questi tre livelli di scrittura!!

Un dato che emerge preponderante è la tua volontà di immergere fisicamente lo spettatore all'interno del mondo universitario: i carrelli, le inquadrature rubate, la macchina da presa che pare introdursi furtivamente tra i corridoi e le aule, quasi a volersi confondere con gli studenti: una scelta narrativa ben precisa, una partecipazione che sembra voler andare al di là delle mere esigenze documentaristiche ...

Nonostante abbia già realizzato due film documentari, e altri due siano in produzione, il documentario in senso stretto non mi ha mai interessato. Non si trattava per me di fare un reportage classico, né una trasmissione di denuncia: per questo molti giornalisti televisivi sono sicuramente più titolati, e propongono ottimi lavori – penso ai documentari di Report o di RaiNews 24.
Il cinema a cui ho sempre guardato deve cercare di andare oltre la superficie delle cose, deve sapere guardare dove altri non guardano o guardare la stessa cosa da punti di vista nuovi, anche se a tutta prima possono risultare spiazzanti.
Dal punto di vista dello stile è evidente che quando inquadro l’Università nella sua fredda immobilità oppure il volto di Elena, Francesca, Riccardo, Devis o Mery, le cose siano completamente diverse.

Per gli "attori" di un film documentario, il primo scoglio da superare è sicuramente l'imbarazzo davanti alla macchina da presa: in questo senso, com'è stato lavorare con i ragazzi? che tipo di rapporto hai voluto istaurare per non rischiare di oscurare la loro spontaneità?

E’ difficile rispondere a questa domanda, perché le cose a volte accadono senza sapere esattamente come. Però di una cosa sono certo: non ho iniziato questo lavoro dicendo «devo dimostrare qualcosa», «devo dire quanto sono buoni quelli o cattivi quegli altri».
Io credo nella forza delle immagini, credo che le immagini, quando non sono specchio della realtà o manipolazioni ideologiche, abbiano una straordinaria potenzialità intrinseca. L’uomo ha saputo veicolare fin dall’età della pietra contenuti enormi attraverso le immagini, penso alle pitture rupestri ed alla capacità di dipingere in modo perfettamente naturalistico i cervi e i bisonti, o due cavalli che si baciano. Avevo già avuto un’esperienza fondamentale col mio documentario precedente, "Adisa o la storia dei mille anni", girato fra le comunità Rom della Bosnia: accade semplicemente che le persone percepiscono
perfettamente le intenzioni di chi sta dietro la macchina da presa, senza bisogno di tante parole. Avviene una comunicazione molto poco detta, ma i cui frutti si vedono impressi nella pellicola o sul nastro, come in questo caso.

In conclusione, più che un film sul mondo universitario, sul movimento dell'Onda e sull'autunno caldo del 2008, il tuo sembra un omaggio alla vitalità e all'energia del mondo giovanile, che vive e si nutre appunto di contrasti: è così?

La più grande ribellione alla stupidità, alla cattiveria, alla disumanità è la bellezza, l’intelligenza, la vitalità. Occorre saperla trovare per opporsi, per ribellarsi.
Ad un ragazzo di vent’anni non puoi uccidere la speranza di conoscere, di fare ricerca, di viaggiare fisicamente e con la mente, e nessun fascismo riuscirà nell’impresa. Da sempre ci sono uomini e donne che cercano di andare oltre le conoscenze attuali, di diventare più umani, più creativi, più intelligenti, ed altri che dicono che le cose devono restare come sono, che ci sono persone che per nascita e per appartenenza hanno privilegi e possibilità che agli altri vengono negati. Nessuno può accettare una cosa del genere! Ribellarsi è giusto e spero che questo film possa dare un contributo in questa direzione

18/03/2011, 07:57

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