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PREMIO AMIDEI - Spazio Off: il documentario ci salverà


PREMIO AMIDEI - Spazio Off: il documentario ci salverà
All'interno di un festival retrospettivo come il Premio Sergio Amidei di Gorizia ogni singola sezione contribuisce a dare forma e contenuto ad un mosaico di suggestioni fondate sullo studio e la ricerca di “storie di cinema” spesso sommerse.
Lo “Spazio Off” curato dal critico e docente Roy Menarini – anche direttore artistico della kermesse – concentra la propria attenzione sul labilissimo confine che oramai intercorre tra cosiddetto cinema documentaristico e finzione fondata su di una sceneggiatura scritta e recitata.

E' stato lo stesso Menarini a definire, durante la serata di lunedì 23 luglio, il perfetto prototipo della sua analisi: "L'estate di Giacomo", piccolo caso cinematografico fin dal notevole (e inaspettato) riscontro ottenuto a Locarno nel 2011.

Nel film di Alessandro Comodin la storia si costruisce in itinere, pedinando i giovani protagonisti Giacomo e Stefania mentre vanno al fiume per un picnic. La cinepresa segue i personaggi mimetizzandosi col paesaggio, per isolare ancora di più i due “attori”. La libertà e il pudore che pervadono lo spettatore nascono esclusivamente dalle parole e dai gesti dei ragazzi, che rendono all'istante superfluo qualunque ulteriore artificio narrativo. Ma per quelle poche opere che raggiungono un riconoscimento internazionale e trovano una regolare distribuzione (nel caso di "L'estate di Giacomo" l'onore al merito va alle benemerite Faber Film e Tucker Film), risulta impossibile enumerare quante altre al contrario stiano al palo di una visibilità pressoché nulla. Si tratta per la maggior parte di produzioni periferiche, che proprio a causa della loro inclassificabilità restano ai margini di un mercato che non può concedersi salti nel vuoto. Anche quando si tratta di lavori di straordinaria lungimiranza. In cima alla lista "Amore Carne" di Pippo Delbono, provocatorio e centrifugo svisceramento di una vita in cui il cine-occhio si fa videofonino e in cui l'autore, spinto da un'esibita urgenza lirica, registra tutto il filmabile in modo disordinato eppure lampante, dando respiro ad un documento poetico che violenta la nostra visuale.

Più vicini alla fascinosa ambiguità di una scrittura (ir)reale che c'è ma non si vede – o viceversa – "Freakbeat" di Luca Pastore e i cinque episodi che formano "Formato Ridotto". Laddove il primo sfonda i confini del documentario classico trascinandoci all'interno di un anomalo on the road guidati dall'intellettuale demenziale Roberto “Freak” Antoni, il secondo produce un cortocircuito di fortissima suggestione: la riscrittura fantasiosa di spezzoni di riprese amatoriali, selezionati all'Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna.

Il superamento dei formati e dei vincoli di genere può altresì inseguire le orme della diversità, come nel caso di "Roba da matti", che racconta la storia della residenza socio-assistenziale Casamatta di Quartu Sant'Elena. La macchina da presa in questo caso inquadra le giornate di otto persone con disagio mentale, visto come potenziale artistico da sollecitare e saggiare. La panoramica di “Spazio Off” non lascia adito a dubbi: nella crisi totale dei generi, ingabbiati in necessità economico-distributive tali da castrare ogni residua creatività, vale la pena spostare la propria (la nostra) attenzione sulla “zona franca” del documentario, in ogni sua forma. Che si tratti di docufilm, mockumentary, found footage o di mashup provenienti da youtube, il futuro del linguaggio audiovisivo passa attraverso la rielaborazione, l'ibridazione: perché la realtà, nell'era della riproducibilità tecnica istantanea, supera e libera la fantasia.

Filippo Zoratti

25/07/2012, 16:30

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