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Note di regia del documentario "7 Giorni"


Note di regia del documentario
Lavoravamo a questo progetto da diverso tempo, esattamente da quando uno di noi autori, ha seguito come giornalista, per la televisione, l’ultimo ricovero di Eluana Englaro ad Udine, durato sette giorni. Sette giorni in cui, guardando la finestra della clinica dove la donna era ricoverata, si è chiesto cosa stesse succedendo lì dentro.
Ci siamo subito messi al lavoro per stilare un primo soggetto. Entusiasti del nostro progetto, abbiamo interpellato diverse case di produzione italiane, e dopo rinvii, dinieghi, e dimenticanze più o meno colpevoli, ci siamo resi conto che l’argomento era uno di quelli che intimoriscono ed alla fine, con un notevole sforzo finanziario, abbiamo deciso di produrre da soli questo film.
Non volevamo fare un film “contro” od un film “a favore”, e nemmeno schierarci con questa o quell’altra parte politica. Abbiamo cercato di raccontare i fatti, attraverso le parole dei protagonisti di questa vicenda. Un lavoro in costante e stretta collaborazione con Beppino Englaro, il papà di Eluana, senza il quale, tutto ciò che questo film è, non avrebbe mai visto la luce. Il suo “esserci senza esserci”, discreto, mai urlato, il suo racconto per avvicinarci ad Eluana, durante la stesura del plot narrativo, è stato, per noi autori, fondamentale. Così come è venuta naturale la scelta di non farlo apparire in prima persona, con una sua ragionata partecipazione diretta. Padre e figlia, pur non apparendo mai, sono inevitabilmente i protagonisti della storia che raccontiamo.
Ovviamente, in aggiunta alle testimonianze di tutti i personaggi principali della storia, che hanno accettato di rivivere, per noi e con noi, quei fatti.
Abbiamo così pensato ad una struttura narrativa che conducesse alla rappresentazione simbolica di un viaggio, perché pensiamo che “7 giorni” sia, nella sua/nostra essenza più intima, la metafora di tanti viaggi.
Viaggi che nel film si snodano attraverso l’inviluppo di diversi livelli di narrazione.
Siamo partiti dal viaggio dell’ ambulanza che accompagna Eluana Englaro da Lecco ad Udine, per la tappa finale della sua esistenza. Un percorso di 400 chilometri raccontato da Amato De Monte, il medico anestesista capo dell’equipe medica dell’associazione “per Eluana”, colui il quale staccherà l’alimentazione artificiale alla donna. Il viaggio di un professionista che, tra dubbi, paure e riflessioni, sente su di sé il peso di una incombenza tanto unica quanto impopolare.

Una sottotraccia parallela che abbiamo voluto evidenziare è la discrepanza tra quanto aveva luogo ad Udine, all’interno della clinica “la Quiete”, nella camera dove Eluana era ricoverata per i suoi ultimi giorni di vita – in un clima di riservatezza ed rigorosa esecuzione del protocollo di sospensione - ed il clamore della vicenda all’esterno, con le manifestazioni - a favore e contro la famiglia Englaro - sul marciapiede davanti alla clinica e nelle diverse Piazze italiane.
Parallelamente, sullo sfondo – ma non sempre - lo scontro politico che avveniva nelle aule del Parlamento.
Una nostra particolare scelta autoriale che sentiamo di voler evidenziare è stata quella di concedere, d’accordo con Francesca Forletta, la nostra montatrice, molto spazio visivo ai protagonisti, nel tentativo di far comprendere in modo migliore le loro parole. L’abbiamo fatto, durante i loro racconti, “tenendoli” spesso in primo piano, senza coprirli quasi mai - come a voler entrare in sintonia con loro - per cogliere tutte le possibili emozioni dei loro volti, le sfumature degli sguardi, la spontaneità dei gesti, tecnicamente utilizzando sovente dei “jump cuts”, dei tagli netti, come ci ha magistralmente insegnato l’inarrivabile Errol Morris in “The Fog of War”, a volte “ammorbidendoli” con piccolissime dissolvenze di pochi fotogrammi.
Il collante che adoperiamo come “trait d’union” per tutto ciò è la voce narrante maschile (che appartiene all’attore e doppiatore Rodolfo Bianchi), voce che svela, gradualmente, la storia personale di Eluana Englaro e le tappe giudiziarie della vicenda durante i suoi diciassette anni di sviluppo.
E poi, una protagonista che non c’è ma è sempre presente: questa l’idea di fondo, sempre latente, che ci ha portato ad inserire nella struttura narrativa la voce femminile che si ascolta all’interno del film. Eluana Englaro (interpretata dalla voce dell’attrice Alessandra Raichi) legge alcuni brani dell’ultima lettera scritta ai suoi genitori, 25 giorni prima dell’incidente. E quella lettera diventerà una sorta di testamento del profondo legame esistente tra la ragazza e la sua famiglia.
Il tempo del film è cadenzato fra la partenza dell’ambulanza - con a bordo Eluana e l’anestesista Amato De Monte - la sera del 2 febbraio 2009, da Lecco -, l’arrivo nella clinica La Quiete di Udine - dove le sarà sospesa ogni forma di nutrizione - e i successivi 7 giorni di ricovero fino al decesso. Il racconto si snoda attraverso la testimonianza del medico e degli infermieri che accompagnarono la donna alla morte, dell‘avvocato che ebbe il compito di ricostruire la volontà della ragazza, dell’anestesista che nel 1992 soccorse e rianimò Eluana a poche ore dall’incidente, dello zio e della cugina cui Eluana era legatissima, del medico che ebbe in cura la donna per oltre 15 anni.

Il film si chiude con l’interrogativo del professor Massei, colui che rianimò Eluana subito dopo l’incidente di 17 anni prima, da cui tutta la storia ebbe inizio.
Un interrogativo voluto: per incentivare il dibattito e la riflessione su un tema – il fine vita – così difficile e delicato.
E noi crediamo che quell’interrogativo possa avere una sola risposta. La libertà di scelta in uno stato di diritto. Senza per questo demonizzare o criticare chi la pensa diversamente.
E’ questo, riteniamo, il senso più alto della storia di Eluana Englaro.

Ketty Riga e Giovanni Chironi

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