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Note di regia del mediometraggio "Delirium"


Note di regia del mediometraggio
Il lavoro prosegue la strada volta alla decomposizione del cinema. In Delirium, in merito ad alcune figure, si è lavorato partendo dal classico (c’è comunque una regia, un operatore, la figura del direttore della fotografia, degli attori), un classico voluto e necessario per lo sviluppo della narrazione che pur essendo antinarrazione ha una linea continua al suo interno. Importante era portare la tensione antirecitativa, antiattoriale (un recitato ai limiti del possibile, terminale) ad un certo livello e lì tenerla. I personaggi sono senza tempo, ancestrali, gotici, spersonalizzati fino all’eccesso nel loro impossibile esistere. Solo il fatto che gli unici suoni emessi non sono parole ci porta a meglio comprendere lo stato di catarsi, di delirio, in cui si trovano. Quest’afonia è amplificata dal suono costante datoci dall’ambiente esterno (mare, ferrovia). I colori degli abiti, il loro modificarsi (degli elementi dei costumi vengono immessi e smessi, scambiati ed alterati), l’uso errato del trucco, rimandano ad altri codici, simboli, segni. Il montaggio creativo ha permesso l’immissione di altri stilemi di Sciole’ quali la ripetizione come scelta, l’uso di stacchi, il crudo restituire il mezzo cinema. Quasi il riconsegnare un deficitario e postumo montaggio in macchina o comunque i suoi ritmi ossessivi e ‘non tranquillizzanti’. Anche la fotografia diviene deviante, atemporale, irreale e conforme al progetto. Vicina alla sfotografia concettualizzata da Sciole’. Delirium nasce da una visione che poi viene appuntata, come altri lavori dell’autore non parte quindi da una sceneggiatura. Stati attoriali a lungo frequentati e gestiti costituiscono la carne, l’essenza primaria dei lavori firmati Sciole’. Viene comunque utilizzata la parola storia perché delle parole (comunque successive alla visione) sono state scritte. C’è una struttura di base su cui viene (de)costruita l’impalcatura, un’impalcatura fragile, sempre pronta allo sgretolamento. Tra i riferimenti più chiari c’è quello a Teatro Ateo, progetto antiteatrale dell’artista, ad esempio nell’immettere il telefono, i guanti, le cravatte e alcune posture, vicine al concetto di icona.

Flavio Sciolè

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