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Note di regia del documentario "Nella Pancia del Piroscafo"


Note di regia del documentario
Il viaggio che è al centro di questo film è soprattutto un viaggio mentale, e in questo modo si riesce a superare la distinzione tra lo spazio (le strade e i luoghi di una Argentina “riscoperta”) e il tempo (la storia/repertorio e i racconti dei testimoni). Le modalità di ripresa – a partire dalla scelta del formato 16:9, che “legge” la vastità piatta dell’Argentina – sono dunque correlate a questa scelta di fondo: in questo senso va anche la presenza frequente di una seconda mdp, più connotata soggettivamente, usata sia per le interviste che per i momenti più astratti legati alla riflessione; e poi i cieli e le strade, l’uso insistito del camera-car, nella pampa e nelle città, usato, oltre che per sottolineare la dimensione inevitabile e voluta del road-movie, come orizzontale e incessante cesura tra le situazioni e le testimonianze, tranne nello stop stridente davanti al centro di detenzione clandestino che introduce il discorso sul periodo della dittatura. E ancora: la staticità delle testimonianze personali, girate preferibilmente in luoghi chiusi, a evidenziare la centralità del soggetto e della sua parola, e spesso la drammaticità degli eventi raccontati; mentre gli interventi di raccordo o più generali sono inscritti in ambientazioni ampie e luminose. E anche la “manipolazione” del repertorio: frammentato, rallentato, distorto, permeato dalla musica come risultato di una ricostruzione non analitica, ma soggettiva ed emozionale. Infine la musica: dai canti degli emigranti, attraverso la musica popolare argentina, fino alle sue elaborazioni da parte di musicisti eccellenti come Dino Saluzzi e Gustavo Beytelmann.

Alberto Signetto

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