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Note di regia del cortometraggio "Dal Profondo"


Note di regia del cortometraggio
La sensazione che si vuole trasmettere è quella di personaggi in pericolo, isolati in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, spiati fin dall'inizio da un qualcosa di indefinito: una presenza densa e avvolgente, che segue i due protagonisti come un'ombra. L'insistere su campi medi e totali permette di accentuare la preminenza dell'ambiente sui personaggi, in modo che risultino quasi schiacciati da esso: lo spazio della villa, all'interno della quale si svolge la vicenda, incombe su di loro. Si tratta di stanze e saloni fatiscenti, in cui si alternano pieni e vuoti, luce e ombra. Mobili e suppellettili antichi rivelano uno stratificarsi di epoche e un progressivo abbandono degli ambienti.

La luce, inizialmente predominante, invade gli spazi interni ed esterni della villa, ma l'ombra s'insinua lentamente in essa portando l'oscurità, di pari passo con il progredire della follia di Andrea e del controllo mentale che la villa, entità vivente e malvagia, ha su di lui. E' un alternarsi di chiaroscuri, in cui il buio avrà alla fine la meglio sulla luce.

Il bosco che cinge la villa diviene spazio mentale in cui Andrea vaga per poi sprofondare negli abissi della casa, richiamato dalla cantina, vero e proprio ventre dell'edificio, luogo in cui si nascondono i più tenebrosi segreti. Sono le viscere che fagocitano ogni cosa.

Si è voluto cercare di creare un'atmosfera di forte asetticità, meccanicità e freddezza. Ciò anche attraverso la recitazione rigida, straniante degli attori e i pochi dialoghi che si scambiano, utilizzati per comunicare un senso di finzione e anaffettività nel loro rapporto. L'intenzione era quella di proseguire nell'esplorazione di quanto analizzato nel mio precedente cortometraggio "Dentro lo specchio", ossia indagare ciò che si nasconde dietro a quello che di noi stessi mostriamo agli altri o che noi stessi percepiamo degli altri. Nei miei ultimi lavori (anche teatrali) ho infatti indagato tematiche psicanalitiche, tra cui soprattutto l'analisi dei "mostri" che dietro la facciata si annidano talvolta nell'animo umano: l'idea era appunto quella di riproporre tale tematica anche in questo cortometraggio sotto forma di metafora e servendosi di un genere che ben si presta a tale utilizzo. Per questa ragione si è optato per una fotografia che privilegiasse la luce piuttosto che l'ombra, perché il male si nasconde ovunque, anche sotto i nostri occhi. Il buio arriva con la notte (il sonno della ragione) e ritorna nella scena della discesa catabatica in cantina: i mostri della nostra mente si annidano proprio nella parte più recondita e viscerale di ognuno di noi, qui appunto rappresentata dalla cantina.

E' nel finale "surreale" che invece subentra per contrasto la realtà (e il realismo nella recitazione degli attori): Elena si risveglia dall'incubo e tutto viene svelato, perché la maschera della finzione è caduta.

Luca Caserta

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