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FCE LECCE 16 - Il commento del CNC


Il commento al Festival del cinema europeo del CNC Centro Nazionale del CortometraggioCNC Centro Nazionale del Cortometraggio


FCE LECCE 16 - Il commento del CNC
Si è conclusa sabato 18 aprile la 16a edizione del leccese “Festival del cinema europeo”. Nella ricca offerta della manifestazione, la sezione “Puglia Show” è dedicata ai corti realizzati da autori locali. Il “Premio Centro Nazionale del Cortometraggio” è andato al documentario di Andrea Gadaleta Caldarola Destination de Dieu, mentre lo sperimentale flusso di coscienza Cala Paura di Gianluca Marinelli ha conquistato una menzione speciale. Di ambientazione pugliese è anche La baracca di Alessandro De Leo e Federico De Corato, vincitore del nazionale "Premio Emidio Greco", già selezionato per l'ultima edizione del Festival di Locarno".
I tre film premiati possono essere considerati –un po’ schematicamente- espressione delle tre grandi strade percorse dal cortometraggio: il documentario sociale che mette alla luce, e denuncia, aspetti e realtà perlopiù ignorate, l’opera di ricerca che mira a creare emozioni con il puro utilizzo del mezzo cinematografico, e il lavoro più narrativo, per quanto pure questo alla ricerca di soluzioni stilistiche originali e innovative.

Tra i tre è l’opera più sperimentale, probabilmente, quella più affascinante: Cala Paura, flusso di coscienza che racconta i pensieri di un capo-bianco (balenottera) catturato per riflettere su aspetti delle realtà marittime. La fissità della m.d.p –il film è composto da una serie di quadri con la cinepresa immobile- assume un potere evocativo, che il lirismo delle parole recitate in sottofondo accentua, così come la colonna sonora dosata con saggezza ed efficacia. Il regista rielabora le proprie esperienze e le proprie impressioni, nate nel periodo passato in contatto con i pescatori e gli abitanti del luogo: per questo il film, pur nella sua evidente essenza sperimentale e irreale, e nel suo volere dichiaratamente avanzare per suggestioni e sensazioni, risulta assolutamente verosimile nel trasmettere le atmosfere di un intero ambiente, quello delle comunità marittime, sottolineandone il fascino malinconico, e la durezza della quotidianità ben lontana dalle ricostruzioni più turistiche.

Più narrativo è invece La baracca, pur anche questo basato su sensazioni e accenni piuttosto che su una trama lineare nel senso più comune del termine, e anche questo alla ricerca di una poetica e di una chiave stilistica originale. La storia dei due fratellini lasciati, in occasione del divorzio imminente, a casa della nonna materna nella profonda campagna pugliese, delle loro prime ribellioni e della loro crescita è raccontata usando due punti di vista: quello “contemporaneo”, con le immagini limpide e definite, del digitale, che rappresenta la visione oggettiva ed esterna, e quello dominante della telecamera di uno dei due giovani protagonisti: amatoriale, con i colori sgranati, traballante come un “home movie”, che esprime la soggettività dei due ragazzi. È quest’ultima a portare sulle spalle la quasi totalità della narrazione –mentre alla purezza artificiale del digitale vengono lasciati quasi esclusivamente i momenti di descrizione dell’ambiente, o quelli di pausa e di attesa. Diventa così centrale la soggettività dei due bambini, alla quale la vicenda raccontata viene così piegata. l’immagine è confusa e traballante come quella dei ricordi d’infanzia e delle ricostruzioni di età trascorse da tempo, così come non mancano momenti dilatati nel ricordo e altri poco più che accennati. L’idea funziona e affascina, anche se rimane un po' il dubbio di un’operazione eccessivamente studiata a tavolino.

A differenza delle due opere citate, più tradizionale è Destination de Dieu, ma non per questo meno interessante; il documentario è anzi estremamente urgente, e implacabile nel rappresentare una realtà sociale davanti alla quale spesso si alzano le spalle e che si fa finta di non conoscere. Al centro la realtà degli immigrati che raccolgono, in condizioni ovviamente pessime, i pomodori coltivati nelle campagne pugliesi, e che vivono in una delle più vaste baraccopoli d’Italia, vicino a Rignano Garganico. Caldarola sceglie la strada del documentario abbastanza classico, evitando il più possibile orpelli e mettendo al centro le condizioni e le testimonianze degli immigrati. Così, tra una testimonianza in primo piano e una panoramica sulla baraccopoli e sui migranti al lavoro, risalta appieno l'urgenza -e la vergogna- sociale della situazione, nel tentativo di scatenare una presa di coscienza. Infine, è interessante notare che alla scrittura del documentario hanno partecipato gli stessi abitanti della baraccopoli, in una sorta di sceneggiatura partecipata, e il loro collettivo ha contribuito a sostenere economicamente l'opera.

Edoardo Peretti

23/04/2015, 12:21

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