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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT - Tutto nasce dalla sceneggiatura


Intervista con Nicola Guaglianone, autore del soggetto e, insieme a Menotti, della sceneggiatura del film in uscita giovedì nelle sale italiane. Storie che arrivano dall'esperienza personale, idee che si allontanano dai cliché del cinema italiano e una grande voglia di raccontare diversi e ultimi. Il film di Gabriele Mainetti deve molto alla scrittura e alle trovate scritte da Guaglianone e Menotti capaci di dare credibilità a una storia di supereroi


LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT - Tutto nasce dalla sceneggiatura
Nicola Guaglianone, sceneggiatore
"Lo Chiamavano Jeeg Robot" in uscita, ma il lavoro continua, cosa stai facendo adesso?

"Sono nella writers room, tre volte a settimana alla Cattleya siamo in cinque sceneggiatori e scriviamo dalle 9 alle 18. Ero abituato a scrivere a casa, ma la dimensione "ufficio" mi piace".

Cosa state scrivendo?

"Stiamo scrivendo "Suburra - la serie" per Netflix e ho sempre di più l'impressione che scrivere per la tv sia difficile ma soddisfacente perché, oltre alla linea narrativa orizzontale del cinema, devi affondare in verticale sui personaggi. E poi è cambiato il modo di scrivere la serialità, perché prima c'era l'esigenza di chiudere gli argomenti nell'arco delle due puntate messe in onda insieme. Ora la gente si guarda anche quattro, cinque puntate, addirittura c'è chi fa la "maratona" e se le vede tutte di seguito. E dunque bisogna scrivere rispettando queste nuove esigenze del pubblico".

Lo chiamavano Jeeg Robot può essere una svolta per il nostro cinema, proprio nel modo di scrivere storie che in Italia sembra un po' dimenticato.

"Se il film va bene, come spero, si può riparlare di "immaginazione" nel cinema italiano. Si ricomincia a parlare d'immaginazione, con tematiche forti. A me interessa il rapporto col mito: da ragazzini era un compagno di giochi; da adolescente è qualcuno con cui condividere i problemi, qualcuno che risolve i problemi per te; da grande invece è qualcosa di ingombrante da cui ti vuoi separare.
Ma anche il rapporto con la diversità è un filone che vorrei seguire. Ho scritto il nuovo film di Edoardo De Angelis, con Barbara Petronio ed Edoardo, che parla proprio di questo. Mi piace molto lavorare con i registi. Io scrivo tanti soggetti, li racconto ai registi e se gli piacciono, da lì, nascono i film.
Se il pubblico andrà a vederlo, "Lo Chiamavano Jeeg Robot" diventerà un bel precedente, facendo nascere un filone per il cinema italiano che la smetterà di raccontare del commercialista in crisi esistenziale..."


Come definiresti questo film?

"È un incrocio tra due generi distanti, i super eroi e il neo realismo. Lo definirei "Pasolini Sci-fi"... Accatone con i super poteri..."

Oltre ai personaggi di Pasolini a chi accosteresti quelli di Jeeg Robot?

"I personaggi sono proletari e borgatari e il nostro esempio è stato Claudio Caligari e i suoi personaggi, ultimi della società. Personaggi che non sono solo bianco o nero ma ricchi di sfumature, di male ma anche di bene, di cattiveria e di umanità. Il tutto con grande ironia. Anche la tragedia di Amore Tossico aveva una forte componente ironica".

Che differenza vedi tra Jeeg robot e i super eroi americani?

"Beh, i supereroi americani sono tutti votati al bene, da subito. Enzo invece, come scopre di avere i poteri va a fregarsi un Bancomat... Solo dopo che è tornato ad riaprire il suo cuore, grazie all'amore di Alessia (Ilenia Pastorelli ndr), capisce che può e deve usarli a fin di bene. In comune c'è che il supereroe ha bisogno della metropoli e Roma e le sue borgate non sono molto distanti dalle città americane".

Perché ambientarlo a Tor Bella Monaca (borgata simbolo del degrado di Roma)?

"Perché la conosco bene, ci ho fatto il servizio civile da obiettore di coscienza. Lavoravo in un centro per il disagio psichico, con minori sotto custodia penale e un centro diurno con persone con problemi mentali. Da lì ho preso tante storie umane che uso sempre quando devo scrivere. Quando ero lì c'erano un sacco di morti per droga, rapine o suicidi e nel film abbiamo cercato di far sentire questa situazione drammatica, esistenziale e sociale".

Oltre al centro di Tor Bella Monaca, dove trovi le storie da raccontare?

"A 16 anni, di notte, sentivo una radio privata che si chiamava Radio Chat Noir. Una emittente popolare della Garbatella dove tutte le donne facevano annunci strani, augurando agli altri rapide guarigioni. Poi ho capito che era un gergo per parlare con e dei mariti o dei figli carcerati, auspicando l'uscita a breve o a lungo termine. Ecco, lì c'era un'umanità che mi interessa e che fa nascere personaggi e idee. Una volta a Tor Bella Monaca andammo a svuotare la casa di un disabile che era morto e non aveva nessuno al mondo. Viveva da solo in quella casa e lì dentro trovammo centinaia di video cassette porno e una confusione inimmaginabile. La casa era la fotografia di una persona, la sua vita e su quella fotografia ho disegnato il personaggio di Enzo, Jeeg Robot".

Nel film hanno grande importanza le canzoni. Le avevate inserite già in sceneggiatura o sono state scelte in seguito?

"In un primo tempo, per dar corpo e umanità al personaggio dello Zingaro (Luca Marinelli ndr), lo avevamo descritto come un fan di un famoso cantante romano di cui non faccio il nome. Ma abbiamo avuto qualche problema di diritti con i brani e allora abbiamo deciso di farne un cantante che vive di passato e di occasioni mancate. Le canzoni di artiste anni 80, come Bertè, Oxa e altre erano l'ideale per generare violenza da questi rimpianti".

Cosa ti piacerebbe fare in futuro?

"Mi piacerebbe avere uno spazio, magari un cinema. Per i trentenni di oggi è impossibile entrare nel mondo del lavoro; io sono un allievo di Leo Benvenuti e lui dalle 7 alle 10 veniva a fare lezioni di sceneggiatura, gratis. Vorrei dare opportunità, aprendo un cinema, di mostrare film e fare corsi gratuiti per giovani che vogliono entrare nel mondo del cinema".

22/02/2016, 08:00

Stefano Amadio

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