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Note di regia di "Bellissime"


Note di regia di
Tutto nasce dalla lettura del saggio di Flavia Piccinni, Bellissime, pubblicato da Fandango Libri, un’inchiesta molto dura sul mondo delle baby modelle che mette in luce uno scenario di moltiplicazione dello stereotipo femminile declinato all’interno dei rapporti madre-figlia. Non conoscevo l’argomento e non immaginavo che anche in Italia esistessero, soprattutto nella provincia, ambienti così improntati all’idea del successo ottenuto attraverso un sorriso, un battito di ciglia, un tocco di rossetto: ambienti difficili, spesso crudeli nei confronti dei minori, talvolta impossibili da comprendere. Eppure, nella fragilità di quelle madri che hanno riversato sui figli i loro sogni non realizzati, vibra un barlume di empatia, soprattutto se pensiamo al contesto sociale in cui queste storie si inseriscono. Da qui, insieme a Flavia Piccinni e alla sceneggiatrice Antonella Gaeta, abbiamo iniziato a interrogarci in maniera più ampia sugli stereotipi femminili di bellezza e la crescente ossessione della percezione del corpo femminile come oggetto simbolo di conquista, forza, libertà, variabili necessariamente collegate a quanto una donna, una ragazza, una bambina, appare perfetta secondo i canoni della moda e dei social network. In un’era in cui l’immagine prevarica i contenuti, anche le vite delle persone rischiano di restare imbrigliate nei concetti di apparenza e raggiungimento di una forma esteriore idealizzata e ideale. Il personaggio, anzi la persona Giovanna Goglino, di cui nel libro di Flavia si raccontava il passato da superstar come bambina-Barbie superpagata, ci sembrava emblematica di quello che cercavamo, ma anche l’occasione di un racconto commovente su cosa significhi il successo, cosa sia stato ottenerlo da bambina per poi vederlo svanire (o quantomeno offuscarsi) all’età di neanche vent’anni. Attraverso Giovanna incontriamo una famiglia del tutto eccezionale, una specie di famiglia Kardashian italiana.

Le protagoniste della nostra storia sono infatti quattro donne, di diverse età, che appartengono alla stessa famiglia; l’ossessione di una madre per la bellezza e il raggiungimento del successo personale attraverso il canone estetico si moltiplica nei volti delle sue figlie, che le somigliano, che lottano per i suoi desideri, o per i loro desideri, non lo sanno forse neppure loro. Ancora una volta il romanzo di formazione, le storie di ragazze che cercano la loro identità, mi ha appassionato e coinvolto in una storia che nel cuore di una sola famiglia racchiude il centro problematico di una società che si dispiega tutta in superficie, nella ricerca di una programmatica leggerezza, e che nasconde i suoi problemi, i suoi dolori, sotto un abile ma fragile make up. Cristina, la madre delle ragazze, è anche lei in cerca di un’identità e un suo posto nel mondo, ancora a sessanta anni, per trovare un riscatto al suo passato. La sfida è quella di raccontare le vite di queste donne e creare un’empatia con lo spettatore tramite i loro successi e le loro sconfitte, i traumi che la selezione spietata della bellezza impone inevitabilmente. Perché, se non sempre condividiamo i loro sogni, sempre siamo con loro in una avventura umana fatta di obiettivi, conquiste e cadute. Il film non è costruito attraverso interviste frontali. Una drammaturgia incalzante, un’ estetica “della vicinanza”, ci porta dentro le vere esistenze di quattro donne che si intrecciano, si sovrappongono, viaggiano parallele, fino a svelare che tutte fanno parte di uno stesso nucleo familiare.

Elisa Amoruso

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