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TORINO FILM FESTIVAL 39 - "Blood on the Crown"


Davide Ferrario fuori concorso al Torino Film Festival propone il racconto della lotta di Malta per l'indipendenza


TORINO FILM FESTIVAL 39 -
La storia - passata e purtroppo anche presente - è piena di episodi dove popoli vengono sopraffatti e vessati: da un invasore, da un colonizzatore, da un governo dispotico. Tanti episodi, molti dei quali raccontati dal cinema. "Blood on the Crown", con la regia di Davide Ferrario, aggiunge un tassello poco conosciuto a questo infinito puzzle di soprusi.

Malta 7 giugno 1919: il piccolo arcipelago, parte dell'impero britannico, scende in piazza contro la carenza di pane e il peso delle tasse. Il governo inglese reprime le sommosse nel sangue sparando sui civili (quel giorno diventerà poi festa nazionale).
A tela di ragno, la narrazione si dipana tra storie di lavoratori sfruttati, politici locali, irredentisti, giovani idealisti, ma anche uomini della Regina, dal Governatore fino all'ultimo dei soldati.
"Blood on the Crown" è dunque un film corale, fatto di uomini, ma ci consegna anche immagini di una bellezza accecante e polverosa su una Malta che viene voglia di riscoprire, giallo tufo nelle piccole vie come nei palazzi nobiliari.

Le efficaci scene di massa, di scontri ma anche di incontri, danno corpo e vita al film, mentre restano fuori fuoco molti dialoghi, spesso carichi di un'enfasi che stona, a volte incomprensibilmente grotteschi: tanto quanto il gruppo sembra reale nella stessa misura i singoli faticano a sembrare credibili. E alcuni nomi sono importanti: Harvey Keitel è macchiettistico nei panni del Governatore indeciso, chiuso nel suo castello dorato a sentire musica classica, interessato alla bellezza del giardino, che si fa aria con un vezzoso ventaglio ed è accudito da un maggiordomo che suona il piano (la figura più 'nobile' dell'intero film); il generale cattivo Malcom McDowell (perchè c'è anche il buono, naturalmente) sembra scelto per quello che rappresenta nell'immaginario collettivo (sadico, crudele) e risulta goffo il tentativo di farlo uscire dal cliché del ruolo umanizzandolo con l'accenno in extremis alla sua vita personale. Per non parlare della vena ironica che emerge continuamente nelle dinamiche tra i soldati britannici chiamati ad entrare in azione: si vuole metterli in ridicolo? Si vuole dare l'idea che non si rendessero conto di quello che stavano facendo (uccidendo uomini, non tirando al bersaglio)? Quale che fosse l'intenzione, il risultato trasforma il film in una rappresentazione, perdendo il realismo.

Certo, nel confronto colonizzatori messi un po' in ridicolo e colonizzati caricati di un'enfasi votata all'idealismo è evidente la presa di posizione (tra l'altro gli sconfitti del 1919 saranno i vincitori del 1921, quando otterranno l'autogoverno), ma per questo sarebbe bastato il finale: stacco (siderale) da un Harvey Keitel che guarda (contrito?) il dipinto della Giustizia sui muri del suo palazzo (tanto didascalico da dare un po' fastidio) al momento più sincero del film con l'entusiasmo e la gioia dei tre ragazzi protagonisti che corrono lungo il mare sventolando la bandiera di Malta verso il loro futuro (in)certo.

05/12/2021, 11:43

Sara Galignano

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