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SANDRA CECCARELLI - "L’incomunicabilità del nostro tempo"


L’attrice racconta la sua esperienza nel film di Fabrizio Guarducci “Una sconosciuta”, dal 13 dicembre al cinema.


SANDRA CECCARELLI -
Sandra Ceccarelli (Foto Mario Fagiani)
Sandra Ceccarelli torna al cinema nel nuovo film di Fabrizio Guarducci "Una sconosciuta", tratto dall’omonimo romanzo del regista. Interprete sensibile e intesa, l’attrice è stata premiata con il Nastro d’argento e con la Coppa Volpi rispettivamente per le sue interpretazioni in “Il più bel giorno della mia vita” di Cristina Comencini e “Luce dei miei occhi” di Giuseppe Piccioni. Nel film di Guarducci è Beatrice, una donna con un passato doloroso che torna nel piccolo borgo dove un tempo era felice e dove gli abitanti sono a loro volta traumatizzati da un evento tragico, fino all’arrivo di una misteriosa sconosciuta.

Beatrice torna in un luogo dove un tempo è stata felice, si capisce che vive ancora un dolore profondo, come ha affrontato questo ruolo?

“Beatrice rincontra dopo tanti anni Daniele (Sebastiano Somma) e si capisce che tra loro c’è stato un grande amore e una figlia che è venuta a mancare. Per me la difficoltà è stata immaginare una tragedia del genere che fortunatamente non ho vissuto, ovviamente il contesto che la città si trova ad attraversare influisce sulla loro situazione, però io penso che in confronto a un lutto di questo tipo forse anche una pandemia non è una grande cosa. Quando si tratta di interpretare una sofferenza che non si è vissuta si va a cercare ad altre situazioni che ci hanno gettato in un lungo momento di smarrimento, di dolore e poi di lenta ricostruzione”.

Il film sembra raccontare in maniera evocativa le conseguenze del Coronavirus e poi c’è questa figura misteriosa della sconosciuta che si può prestare a diverse interpretazioni a seconda del vissuto e della sensibilità di chi guarda il film, secondo lei cosa rappresenta?

“Credo che Fabrizio Guarducci avesse in mente questa storia a prescindere dalla pandemia, secondo me parla dell’incomunicabilità di quest’epoca. Questa sconosciuta non parla ma allo stesso tempo riesce a dare ad ognuno una speranza e lo fa semplicemente ascoltando e osservando. In questa overdose di parole che scriviamo, leggiamo, ascoltiamo continuamente molto spesso non c’è un vero scambio. Quante notizie sentiamo ogni giorno su quello che sta succedendo? Poi alla fine quanto veramente ci hanno detto? Tutti viviamo in un grandissimo punto interrogativo e in questo senso penso che la sconosciuta sia un suggerimento a vivere una comunicazione più profonda”.

Durante i lockdown voi artisti avete vissuto ancora di più l’incertezza del vostro mestiere, lei come ha affrontato quel periodo?

“È una cosa talmente gigantesca che come quando si subisce un grosso shock ci vuole molto tempo per capire come lo si stava vivendo, però posso dire che essendo già un lavoro molto incerto almeno in quello per me non è cambiato molto. Io ho avuto periodi durante i quali ho lavorato poco e non c’era nessuna pandemia e potevo pensare che il mio lavoro era finito, invece poi ci si riprende sempre. Chi veramente ha subito dei contraccolpi sono i musicisti e gli attori di teatro, quelli che sono sempre a stretto contatto con il pubblico, mentre il cinema si è subito attrezzato con tamponi quotidiani, con controlli a tappeto e continui”.

Come vive gli alti e i bassi del suo lavoro?

“Accetto che sia così, è ineluttabile. Deprimersi sulle cose inevitabili è tempo sprecato, come cercare soluzioni all’invecchiamento. Poi per noi attrici in particolare con il passare del tempo il lavoro si dirada, non c’è scampo”.

Pensa che il cinema italiano ha ancora tanta strada da fare suoi ruoli femminili?

“Sì, all’estero ci sono più ruoli interessanti per le attrici, penso a certi film con protagoniste donne di una certa età come Frances McDormand, ruoli non assoggettati ai dogmi della bellezza e della giovinezza. In Italia ce ne sono molto meno indubbiamente”.

Ermanno Olmi, Giuseppe Piccioni, Cristina Comencini, Gianni Amelio, Giuliano Montaldo, per questi autori ha interpretato dei ruoli intensi, donne complesse, profonde, cosa le hanno lasciato questi registi?

“Piccioni mi ha insegnato tantissimo anche perché è stato il mio inizio da protagonista, lui è un regista che adora raccontare l’universo femminile uscendo da clichés che sono la mamma o la donna bella e basta. Per Olmi in “Il mestiere delle armi” ho interpretato una fedifraga in un tempo in cui questo comportamento creava grandi problemi nella vita di una donna e con lui sono stata immersa in un pianeta che era un mondo a parte, nel passato, ho dovuto affrontare degli aspetti che nessun altro ruolo mi aveva posto. Quando si lavora con registi e registe che hanno voglia di esplorare il mondo femminile si ha a che fare con problemi che magari non si hanno avuto, io per esempio non ho figli e ogni volta che ho interpretato una madre ho dovuto affrontare degli aspetti a me sconosciuti e sono stata portata a farmi delle domande che non mi sarei mai fatta altrimenti, questo fa crescere”.

Ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa?

“Mai, mi frena innanzitutto l’aspetto tecnico, e poi mi piace il mio ruolo di interprete, il lavoro di ricerca, scoprire quello che un regista vuole raccontare, però un mio progetto da proporre al pubblico mi sembra molto lontano”.

Che ruolo le piacerebbe interpretare in futuro?

“Mi piacerebbe un personaggio che non ha a che fare con la maternità o i problemi quotidiani, che abbia una missione, come un’investigatrice, mi piacciono molto i thriller”.

Dove la vedremo prossimamente?

“Sarò nel prossimo film di Pappi Corsicato e nella fiction Rai con Vittoria Puccini “Non mi lasciare” e parteciperò al primo lungometraggio diretto da Emilia Mazzacurati, a breve cominceranno le riprese”.

10/12/2021, 15:28

Caterina Sabato

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