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PAOLA PIACENZA - Il mio Viaggio tra le poverta' italiane


Intervista alla regista di “Il Fronte Interno. Un Viaggio in Italia con Domenico Quirico”, documentario che racconta la povertà nel nostro Paese. Una produzione Frenesy Film Company con Rai Cinema, distribuito da Kio Film.


PAOLA PIACENZA - Il mio Viaggio tra le poverta' italiane
Paola Piacenza
Un filo rosso, la povertà nel “Bel paese” dal “ricco” nord, quello del declino industriale, al sud della povertà educativa, questo racconta “Il Fronte Interno. Un Viaggio in Italia con Domenico Quirico”, documentario diretto da Paola Piacenza, filmmaker e giornalista, presentato durante la scorsa edizione del Torino Film Festival. Un viaggio durato quattro anni tra Milano, Aosta, Torino, Palermo, 4 città, 4 capitoli vissuti insieme al reporter di guerra Domenico Quirico, per scoprire i fronti aperti in Italia. E il risultato di questo lavoro non può lasciare indifferenti.

Ora è in corso il tour del film nelle sale con l’incontro con gli autori, che saranno l’8 giugno a Palermo al cinema Gaudium e il 15 a Torino al cinema Massimo, per poi essere proiettato in alcune arene selezionate.

Abbiamo intervistato Paola Piacenza che ci ha parlato di questo suo intenso viaggio.

Qual è stata la scintilla che ha portato a questo lungo lavoro?

"È stata soprattutto un’idea astratta in origine, perché quando io e Domenico Quirico abbiamo fatto l’altro film insieme, “Ombre dal fondo”, siamo stati sollecitati a lavorare ancora a fianco, e visto che quello era un film molto personale, che si concentrava sul suo lavoro e anche sulla sua prigionia, ci siamo chiesti che cosa avremmo potuto fare insieme di nuovo. Abbiamo pensato che l’expertise che lui aveva maturato in più di 30 anni di lavoro come inviato di guerra poteva essere applicata al nostro paese, che paradossalmente è il luogo che lui ha esplorato di meno nella sua storia perché è sempre stato all’estero, e anche io, perché nei documentari che avevo fatto fino a quel momento ero sempre partita da temi di geopolitica. E a quel punto la povertà si è imposta come filo rosso, ed era prima della pandemia, quando già ci sembrava che la questione fosse bruciante, e dopo lo è diventata ancora di più".

Quale storia ti ha colpita maggiormente?

"Gli incontri che abbiamo fatto sono stati uno più intenso dell’altro, ce ne sono molti altri che non sono potuti entrare nel film, abbiamo girato 90 ore, il totale del lavoro che abbiamo fatto in 3 anni di riprese. Di questi incontri non saprei dirti qual è stato quello che mi ha colpita di più, mi è molto caro il capitolo siciliano in un film che parla della questione settentrionale in maniera abbastanza evidente. Un capitolo che parla della povertà educativa, quindi della radice delle altre povertà, di quella mancanza di strumenti che poi ti permette di pensarti con un destino possibile, diverso dal tuo presente, da quello dei tuoi genitori, del tuo quartiere, quello è secondo me ciò che impedisce a un potenziale spesso straordinario di questi ragazzi, e di chissà quanti altri, di venire allo scoperto".

Quello che emerge dal capitolo sui ragazzi di una scuola media di Palermo è che sono ancora “perseguitati” dallo spettro della mafia…

"È un fardello terribile, questo pregiudizio gli viene ributtato addosso quotidianamente, un’immagine che non corrisponde a loro. Se c’è una cosa che mi piace molto di quel capitolo è che racconta un percorso che questi ragazzi fanno nel corso del tempo, siamo stati in quella scuola diverse volte. Quando finalmente a un certo punto uno dei ragazzi dice con molta calma in italiano, dopo aver parlato per tutto il film in dialetto: “Noi non siamo nati nell’epoca della mafia, noi non siamo quello”, vuole dire che nonostante tutto quello che gli viene ributtato addosso finalmente hanno capito che possono essere un’altra cosa, quello per me è un momento molto bello, molto rivelatorio, che dà anche conto di tutto il lavoro che gli insegnanti fanno".

In tutti i protagonisti del documentario sembra di vedere una sorta di rassegnazione, di accettazione della loro condizione…

"È vero, è una condizione quella di doverti quotidianamente occupare della tua sopravvivenza, che ti impoverisce anche delle forze che ti permetterebbero di innescare un cambiamento, è completamente invalidante. Come dice spesso Domenico Quirico nelle discussioni che seguono le proiezioni del film lui ha una sorta di delusione nei confronti di queste persone che non producono ribellione, lui si augurava che questa condizione creasse un desiderio così forte di cambiamento da cambiare le carte in tavola anche in una maniera violenta, come le rivolte possono essere, è una cosa che lui non accetta, perché un simile livello di ingiustizia autorizza una ribellione, anzi, lui la auspica".

La conversazione fra Quirico e lo storico Marco Revelli all’interno di un’acciaieria dismessa a Torino rivela le origini della povertà in Piemonte.

"Abbiamo messo alla fine questa analisi storico – teorica di un grande come Revelli perché il Piemonte ci permetteva di ragionare storicamente su quali sono i danni collaterali di un’illusione, quella dell’industrializzazione. La deindustrializzazione ha prodotto un numero esorbitante di vittime e ha portato a una nuova forma di stabilità che ha un’ingiustizia al suo interno, quella che Revelli sintetizza quando parla del postfordismo, il fatto che adesso lavorare non garantisce la salvezza, puoi lavorare molto e duramente ed essere comunque povero. Mia madre, per esempio, negli anni ’50, appena uscita dalla guerra, ha trovato un lavoro e ha potuto costruire il suo futuro insieme a mio padre, con due stipendi hanno comprato una casa, hanno costruito un futuro secondo un percorso tracciato, quando avevi il lavoro il tuo destino poteva essere deciso, non è più così".

La tua presenza è silenziosa, non dai giudizi su nessuna delle storie, come mai questa scelta?

"Da quando ho iniziato a fare documentari mi sono presa il lusso di usare tutto il tempo necessario per restare nei luoghi con le persone e osservare. A me piace molto restare nei luoghi e osservare fino a quando la mia presenza è possibile, fino a quando me lo posso permettere produttivamente. Quando è necessario posso fare anche degli interventi a gamba tesa, in questo film non è stato necessario anche per la presenza di Domenico, che è una sorta di guida nelle diverse realtà, era giusto che restassi alle sue spalle e “pedinassi” il suo percorso".

Come dice Quirico forse non siamo preparati all'idea di poter diventare poveri, condizione che, come ci dimostra il tuo documentario, può capitare a chiunque ...

"Soprattutto quando non si hanno sponde da un punto di vista affettivo, se non hai una porta a cui bussare il rischio di precipitare è molto concreto, ho incontrato persone che mi hanno detto che avevano un lavoro e una famiglia e a volte, per esempio, dopo un divorzio sono precipitate in una condizione sconosciuta della quale non avevano preso le misure, e quindi è difficile mettere in atto anche delle contromisure per parare i colpi del destino, e a quel punto si è perduti".

In altri tuoi documentari, come "The Land of Jerry Cans" e "In nessuna lingua del mondo", hai raccontato l’Iraq, l’Iran, il Kosovo, la Libia. Umanamente ci sono differenze con l’Italia, con le storie viste ne “Il fronte interno”?

"Sì, ogni luogo detta le sue regole, ci sono luoghi dove la vita delle persone vale meno purtroppo, è più facile che ci si metta fortemente a rischio. Se penso a quello che dice Quirico, che è stato in molti più posti di me e per più tempo e ha sperimentato la loro durezza sulla propria pelle, la sofferenza dell’uomo è la stessa, anche quando è sottoposto a livelli diversi di violenza, ma la sofferenza dell’uomo ha la stessa natura, è per questo che è venuto a cercarla anche a casa sua, perché andava ritrovando quello stesso dolore che aveva conosciuto altrove".

05/06/2022, 10:41

Caterina Sabato

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