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Note di regia de "La mia ombra e' tua"


Note di regia de
La ricca linfa del romanzo di Nesi, da cui il film è tratto, mi ha molto aiutato nel passaggio all’opera cinematografica. Ne “La mia ombra è tua” film, come nel libro, elementi portanti di questo quadro dalle coordinate date, sono i suoi solidi protagonisti, lo scrittore isolazionista e spiaggiato Vittorio Vezzosi, Marco Giallini, un tempo acclamato ma ora in crisi di creatività, bloccato da anni nella scrittura di un “sequel”, e il giovane “brillante laureato in lettere, disincantato e disoccupato” che accetta quel lavoro di “assistente alla scrittura” per mero bisogno di quattrini, Emiliano De Vito, interpretato da Giuseppe Maggio. Figure agli antipodi, non solo per anagrafe. Entrambi con una mancanza di centratura asfissiante, professionale, affettiva, che li destabilizza e in quel processo ho cercato di coniugarli con le due meravigliose attrici che compongono il quartetto, Isabella Ferrari e Anna Manuelli.

Sarà un viaggio dal Centro al Nord d’Italia, Milano, paradigma del “fare”, con le sue ridefinizioni e ricollocazioni, nel cambiar spazi e tempi di reazione alle cose della vita, accettandone, nella indiretta metafora, curve, dossi, sventati incidenti e memento di profonde ferite mai sanate, a costituire “l’anima” “del vecchio e il giovane uniti on the road” e del film. Una strada che deve portare Vezzosi alla sua resa dei conti, quella con la sua incapacità di ri-produrre ancora “arte”, per paura o depressione lo scopriremo, cristallizzato, come i vetrosi frammenti della droga, che gli dà, con le sue “botte”, ancora spurie forze, e a Emiliano, l’energia per uscire dal suo bozzolo di nerd spocchioso e accidioso. Ho cercato di costruire situazioni e vibrazioni visive a volte a tinte forti, che andassero in questa direzione, spingendo i protagonisti, con la storia, verso una nuova modalità esistenziale, in quel viaggio su la A1, la Porrettana, Bologna, trafori e Milano, stazioni di rifornimento, disco lupanari di periferia, magnifiche trattorie emiliane, scintillanti alberghi milanesi di gelido lusso, assurde fiere del Vintage dominate dalla frenesia del “prima si stava meglio” e dove si aspettano l’annuncio del sequel…a bordo di un vecchio cavallo infernale, la Jeep USA di Vezzosi del 1979, ma ancora pronta a vendere cara la pelle.

Ho lavorato pensando sempre che potesse essere un film divertente sulla perdita della colpevolezza e la conquista dell’innocenza, della consapevolezza che “da soli”, se pur non è impossibile tirare a campare, certamente non è così piacevole, e trovare salvifico qualcuno con cui parlare di sé, a cui chiedere “che devo fare della vita?”. Le importantissime figure femminili che seguono i passi del racconto, costituiscono in tal senso la sfida, con le loro istanze, di un’anima meno avvitata su se stessa, che i due uomini cercano. Con gli attori ho tentato di costruire il ritratto di due fragilissimi maschi d’oggi, separati da oltre trent’anni di sostanziale incomunicabilità colpevole, due tipi “interrotti” che, chilometro dopo chilometro, divengono “maestri speculari” del reciproco salto nel vuoto di una nuova Età personale. Alla ricerca, sostanzialmente, di amore ed equilibrio. E il tutto per costituire il senso che forse c’è ancora qualche spazio di umano, per permettere alle generazioni, padri, madri, figli e figlie, un passaggio di testimone, il conferimento di una qualche eredità non sterile, interiormente ricca, e non esclusivamente basata sulla trasmigrazione di “cose” o danaro. Missione ambiziosa, nella quale ho sentito vicinissima la Fandango per tutto il cammino.

Eugenio Cappuccio

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