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Note di regia di "Questione di sguardi"


Note di regia di
Il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo d’ansia, caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi a fare qualcosa ricorrenti e percepiti dalla persona come disturbanti. Pensieri, immagini ed impulsi che portano chi ne soffre a ripetere in modo incessante, quasi in loop, determinate azioni o processi per placare l’ansia e tutelarsi da possibili eventi disastrosi, in realtà improbabili e irragionevoli.

Le azioni compiute dalla persona affetta da disturbo ossessivo-compulsivo possono essere anche assolutamente normali, ma diventano patologiche nel momento in cui si trasformano in rituali ripetitivi.
Nello specifico, le ossessioni sono improvvise ed incontrollabili e causano un forte disagio (ansia, paura, vergogna…). Le compulsioni, invece, sono dei comportamenti (lavarsi le mani, riordinare, controllare…) o azioni mentali (contare, pregare…) che la persona mette in atto in risposta ad un’ossessione, quindi in modo intenzionale e ripetitivo, per cercare di ridurre il disagio provocato dalle ossessioni e per prevenire un qualche evento temuto. Diventano azioni studiate e prestabilite, eseguite con cura meticolosa, che non possono in alcun modo essere interrotte o modificate nella loro sequenza.

Ad esempio, persone che hanno una ossessione sulla contaminazione possono lavarsi costantemente le mani fino a provocarsi delle escoriazioni. Se il disturbo ossessivo compulsivo non viene adeguatamente curato tende a cronicizzarsi e ad aggravarsi nel tempo.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale è ad oggi il trattamento psicoterapeutico che meglio garantisce la regressione di questo disturbo. L’obiettivo è di trovare modalità per imparare che le paure sono infondate e possono essere affrontate in modo nuovo e diverso.

Il paziente impara a sperimentarsi gradualmente a ciò che teme, evitando di mettere in atto le strategie a lui a note. Ad esempio, ad una persona che teme contagi potrebbe venir richiesto di toccare persone da lei considerate “pericolose” (esposizione) e di non lavarsi dopo (prevenzione della risposta). Il presupposto di base è che l’ansia tende a diminuire spontaneamente dopo un lungo contatto con lo stimolo stesso.
Il protagonista in questione, Marco, soffre di una strana forma di disturbo che lo porta a ripetere metodicamente, ogni giorno, le stesse azioni ed a ripercorrere lo stesso giro di pensieri intrusivi ed irrazionali per poter far fronte alla sua difficoltà più grande: alzare lo sguardo, incontrare gli occhi di un’altra persona ed entrare, pertanto, in relazione ed intimità.

Marco ne ha paura, scappa da tutto questo… Scappa da uno sguardo che crede giudicante in cui proietta il proprio senso di colpa e la propria autostima lacerata. E nel dialogo interno con se stesso ripete pensieri e gesti che parlano di familiarità per riuscire a convivere con un qui ed ora doloroso che lo spaventa. Perché Marco si è condannato alla ricerca di un gatto nero in una stanza buia ed è solo quando si dà il permesso di “far entrare” l’altro e stabilire con questo una base di fiducia che entra in relazione. Ma nulla è al caso e di certo non è il caso a bussare alla sua porta…

Luca Alessandro e Luigi Nappa

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